Reddito d'impresa

La prova della vitalità economica apre al riporto degli asset fiscali

di Elisabetta Nicodemi e Marco Vento

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Riportabili gli asset fiscali nelle operazioni di fusione, nonostante il mancato superamento dei limiti prevista dall’articolo 172, comma 7, del Tuir, quando viene dimostrata la vitalità anche prospettica della società. Così si è espressa l’Agenzia in una risposta ad un interpello non ancora pubblicata riguardante la riportabilità degli asset fiscali (ovvero perdite fiscali pregresse, interessi passivi indeducibili ed eccedenze Ace) nelle operazioni di fusione. L’interpello riguardava la fusione per incorporazione avvenuta nel 2018 e con efficacia contabile e fiscale al 1° gennaio dello stesso anno, di cinque società appartenenti allo stesso gruppo. In particolare, due delle società incorporate, non superando il test di vitalità e il limite del patrimonio netto, non avrebbero potuto riportare i propri asset. Tuttavia, l’Agenzia riconosce la possibilità di disapplicare la norma antielusiva sopra citata soltanto nei confronti di una delle due società.

La società a cui si riconosce la possibilità di riportare gli asset fiscali, era stata costituita nel 2016 per realizzare un progetto di partnership con un’altra entità e pertanto non superava il test di vitalità economica, in quanto non era possibile effettuare il raffronto con le voci di conto economico degli esercizi precedenti, (non essendoci un bilancio al 2015). Tuttavia, considerando il periodo 2016-2018 e desumendo la vitalità economica da altri fattori (risoluzione 337/2002), la società dimostrava un sostanziale aumento dell’attività produttiva nel corso del triennio, tanto da trasferire alla incorporante un complesso aziendale in funzione.

Con riferimento invece al mancato superamento del limite del patrimonio netto, la società ha dimostrato che i conferimenti effettuati, i quali in base all’articolo 172, comma 7, del Tuir avrebbero dovuto essere sterilizzati, non erano stati effettuati per incrementare artatamente il patrimonio a fini elusivi, quanto per ripianare le perdite registrate e garantire così il going concern. Proprio tale aspetto, nonché la dimostrazione della capacità produttiva futura della incorporata hanno indotto l’Agenzia a riconoscere la possibilità di cui al suddetto articolo.
A conclusioni opposte, invece, l’Agenzia è giunta per la seconda entità. Tale società negli anni antecedenti la fusione non aveva raggiunto i risultati sperati, tanto da avviare un piano di dismissione di tutti i punti vendita completato poi nel 2018. Tale dismissione aveva determinato il mancato superamento del test di vitalità per il periodo di retrodatazione della fusione (1° gennaio 2018 – 31 dicembre 2018) sia per i ricavi e i costi del personale dipendente, sia per il limite del patrimonio netto. Come però ricordato dall’Agenzia, la ratio della norma è quella di contrastare le operazioni di commercio delle «bare fiscali» e tale società, secondo l’Agenzia, risultava essere portatrice solo delle proprie posizioni fiscali che avrebbero prodotto vantaggi fiscali alla incorporante, posizioni fiscali che tale entità non avrebbe mai utilizzato in prospettiva stand alone.

Nella presente risposta viene pertanto da un lato confermato l’orientamento volto a contrastare il riporto delle posizioni fiscali nei casi in cui non esista più l’attività economica, mentre dall’altro si dà rilevanza alla capacità di dimostrare una vitalità economica prospettica.


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